Un Premier politico minaccia la terra, anzi l'intero universo, ci controlla con una gigantesca rete di satelliti che trasmettono direttamente alla nostra mente sentimenti di passività e remissione. Per scoraggiare i pochi insorti il Premier scatena "palle" mortali in grado di decimare il genere umano... interpretazione esagerata della realtà? No, semplice fantascienza, sviluppata con vera genialità da Russel T. Davis per la nuova generazione televisiva del Dottor Who, eroe europeo che viaggia nel tempo e nello spazio per difendere i più deboli e, quando ha tempo, la giustizia e la democrazia.
Avevamo già parlato di questo longevo personaggio della fantascienza poco tempo fa e vi avevo promesso un aggiornamento dopo la valutazione della terza stagione targata 2007. Prima di tutto meritano una segnalazione due puntate autonome della serie , ovvero scollegate da sottotrame seriali, la prima è "The Shakespeare code", in cui lo sceneggiatore Gareth Roberts racconta con intelligenza ed ironia l'incontro fra il dottore ed il grande bardo, concedendosi perfino dei collegamenti fra le opere del teatro elisabettiano ed il mondo di Harry Potter, la seconda è "Blink", puntata gotica estrema scritta da Steven Moffat (ora impegnato con Spielberg nel progetto di un film su Tin Tin), una storia magnificamente macchiata di horror ed inquietudini che evocano la letteratura romantica con sorprendenti colpi di scena. Ma la vera sorpresa è la riscrittura di uno dei nemici giurati più famosi della serie classica ovvero il maestro (the master), perfetta nemesi del dottore. La sua prima apparizione risale al 1984 con l'interpretazione del caratterista Anthony Ainley, si tratta di un signore del tempo (quindi stesso pianeta del dottore) che sfrutta le sue conoscenze tecnologiche ed il suo potere per manipolare ed assoggettare le creature più deboli al suo comando, era un personaggio un pochino sopra le righe a dire il vero, e talvolta perfino infantile nel modo con cui veniva presentato, l'interpretazione di Ainley però entrò nella mitologia della tv inglese tanto da vederne una versione satirica impersonata da Jonathan Pryce nel 1997 ed un tentativo di riscrittura con Eric Roberts nel film Tv del 1996.
Il nuovo maestro nella versione di Davis è un salto qualitativo unico, una figura molto più attinente ai tempi, realistica ed estremamente accattivante, interpretato dal brillante John Simm (protagonista della serie culto "Life on Mars"). Dopo una parentesi geniale curata dal grande attore teatrale Derek Jacobi, il nuovo maestro diventa la rappresentazione di un nuovo tipo di potere e manipolazione. Si presenta al popolo londinese con il nome di Saxon e si candida come nuovo Premier alla guida del Paese, una campagna elettorale basta su enormi banalità e luoghi comuni che misteriosamente riesce a convincere tutto il popolo britannico con un voto quasi plebiscitario. Una volta giunto al potere, Saxon /il maestro rivelerà la sua natura diabolica e condannerà l'umanità all'oblio del controllo mentale tramite la sua ragnatela di satelliti che condizionano direttamente la mente di ogni singolo essere umano. Nemmeno il nostro eroe potrà nulla, ma un'ultima speranza arriverà dalla sua compagna che per un intero anno viaggerà in tutto il globo a diffondere un messaggio, un nome che, se pensato da tutti nello stesso momento, invertirà il potere dei satelliti. Il potere del pensiero e della comunicazione umana che ha la meglio su quello della manipolazione e dell'informazione deviata, insomma.
Non vi rivelerò invece cosa siano le "palle" che il Premier usa per soggiogare l'umanità, perchè significherebbe rovinarvi i colpi di scena chiave del telefilm. Alla critica inglese non è sfuggita invece la somiglianza con l'ex Primo Ministro britannico Tony Blair ed una qualche analogia con la figura di alcuni Premier politici che usano la tv come strumento di manipolazione. Non stupisce che la Bbc non si faccia alcun problema a creare un cattivo della fantasia che somiglia ad un ex Primo Ministro o a figure politiche che abusano del loro potere mediatico, in fondo la rete nazionale inglese è una delle più libere di tutta Europa. Sembra che la serie del dottore, che misteriosamente tarda ad arrivare sulle tv italiane non satellitari sia stata comprata da Mediaset, che però non avrebbe ancora identificato uno spazio giusto per inserirla sulle sue tv in chiaro. Anche la distribuzione della serie tramite cofanetti dvd in Italia è stata molto tormentata e si è conclusa prematuramente, oggi è difficilissimo reperire questo telefilm, il maggiore successo europeo contemporaneo, se non si ha il satellite. Non farò il capzioso, quindi, e mi limiterò a dire con molta sincerità che auspico che molto, molto presto il dottore possa fare una capatina qui da noi a controllare che non ci siano pericolosi cattivi maestri nascosti da qualche parte ...
Daniele Clementi


Venticinque anni dopo il film rivelazione di James Cameron, la Sony rimette in gioco il mondo di "Terminator", passando la guida del film nelle mani di McG (regista dei due film delle "Charlie's Angels"). Ormai ci siamo abituati alla moda del seguito e del "remake", ma aspettare 25 anni per vedere non tanto un sequel ma un "prequel" (un seguito che si svolge prima degli eventi narrati dal film originale), era stata un operazione osata, peraltro con un risultato discutibile, solo da George Lucas ed il suo "Guerre stellari". In realtà la soluzione del "prequel" è un espediente per poter ripartire da zero senza dover sostenere troppo pesantemente il confronto con il film originale, un sistema sperimentato anche da "Casino Royale" di Martin Campbell e da "Star Trek" di J.J. Abrams. Ma prima di proseguire sul nuovo film, che dovrebbe rivitalizzare la saga di "Terminator" con una trilogia ad alto budget, torniamo un secondo al 1984, quando il primo film di James Cameron uscì nei cinema.
Il film era l'opera seconda di un regista molto promettente che si era fatto conoscere con il b-movie di bassa lega "Piranha paura", seguito del cult movie "Piranha" di Joe Dante. Questo lungometraggio di fantascienza, che avrebbe condizionato tutto il cinema di genere, era la sua prima esperienza autonoma di regia, un film tutto suo con cui farsi conoscere nell'ambiente. Il film prendeva molto dal cinema di John Carpenter: atmosfere, tensione narrativa e perfino alcune scene (il finale ricorda sia il primo "Halloween" del 1979 che il secondo del 1981, scritto ma non diretto da Carpenter). La storia cupa e drammatca di un futuro in cui le macchine hanno avuto la meglio sull'umanità (base di partenza anche del nipotino "Matrix") fa da sfondo alla struttura narrativa: un solo essere umano riesce ad opporsi brillantemente alle macchine, organizzando una resistenza di umani radicata ed organizzata; ma quando le macchine sembrano finalmente essere ad un passo dalla sconfitta qualcosa va contro le previsioni, un androide definito "Terminator" viaggia a ritroso nel tempo fino al 1984 per cercare ed uccidere la madre dell'uomo che guiderà la rivolta degli umani contro l'impero delle macchine. Per evitare che ciò accada, il leader degli umani John Connor manda nel passato un suo soldato di fiducia per fermare la missione del "Terminator".
Il film unisce alla struttura cenni di poliziesco, una buona dose di horror splatter e qualche sequenza molto gotica di fantascienza punk. Una formula perfetta che renderà l'opera seconda di James Cameron "Terminator" uno dei film di genere più famosi degli anni '80 e tramuterà l'inespressivo (in questo film dunque perfetto perchè interpreta una macchina) Arnold Schwarzenegger . La storia si concentra sull'incontro del soldato inviato da John Connor nel passato e la futura madre del leader degli umani Sarah Connor (interpretata da Linda Hamilton, futura consorte di Cameron). Fra le scene cult del film si ricorda senza dubbio la sparatoria nella discoteca, sequenza in cui lo spettatore non sa ancora di chi fidarsi, se di Arnold Schwarzenegger o se di Michael Biehn (futuro padre di John), la sequenza dell'intervento chirurgico autoinflittosi da Schwarzenegger,che trae ispirazione da Bunuel, e avrebbe ispirato un videoclip di Billy Idol, e la scena della sparatoria nella centrale di polizia. Ovviamente il finale in cui viene rivelato lo scheletro metallico del "Terminator" ha seriamente contribuito a creare il mito, basti pensare che l'aspetto degli scheletri metallici nel film del 2009 è praticamente rimasto invariato rispetto al 1984.
Nel 1991 James Cameron, forte delle esperienze di "Aliens" e "Abyss", riprende i personaggi del suo film per un seguito, che, come volevano le regole dell'epoca, è più che altro un remake del primo con molti più mezzi. La cosa che più sorprende però è il taglio quasi per famiglie con cui Cameron porta avanti la serie, un'operazione che avrebbe spianato ad un nuovo modo di pensare il cinema di genere ad Hollywood. Sarah Connor è ricoverata in manicomio per le sue predizioni sul futuro, ogni notte è tormentata da un sogno in cui una bomba atomica incenerisce lei ed il suo bambino, il figlio John divenuto adolescente passa da una famiglia all'altra attraverso gli assistenti sociali ed intantorivela un incredibile talentoper la tecnologia informatica. Un terminator dalle stesse fattezze di quello visto nel primo film, sempre Schwarzenegger, giunge dal futuro, ma con lui arriva una nuova creatura liquida in grado di assumere qualsiasi aspetto e di mutare i suoi arti in armi. In parte il secondo film ricalca le scene chiave del primo, la sola differenza determinante è che questa volta il terminator cattivo del primo film è il buono del secondo e funge da balia al giovane protagonista. Un film in cui i temi cupi e quasi orrorifici del primo film incontrano il mondo di Walt Disney per uno strano frullato commerciale con una tecnologia di computer grafica assolutamente all'avanguardia per l'epoca, le scene memorabili sono tutte legate al terminator di metallo liquido ed alle sue straordinarie mutazioni. Visto con gli occhi di oggi il film sembra banale ed insapore ed anche gli effetti speciali non stupiscono più come una volta. Il seguito del primo film, come spesso accadeva negli anni '90, soffre anche di problemi di compatibiltà con il primo, infatti nel finale del 1984 si dice che nessun altro potrà giungere dal futuro perchè la macchina del tempoè stata distrutta con il viaggio del terminator, unadiscrepanza a cui nessuno fornisce alcuna spiegazione, inoltre, contrariamente a quanto detto nel finale del secondo film (secondo il quale tutte le tracce di tecnologia robotica terminator sono state distrutte), un braccio meccanico resta incastrato in alcuni ingranaggi e viene dimenticato da tutti i protagonisti del film.
Alcuni anni dopo la Sony acquisisce i diritti dei personaggi e sviluppa un terzo film diretto da Jonathan Mostow (registaccio di genere).L'opera èsostanzialmente misconosciuta da Cameron, si tratta praticamente di un remake del secondo film dove il terminator cattivo è una donna cyborg,e ricordaterribilmente il personaggio di Beatrix del film "The Matrix", che a sua volta prendeva ispirazione proprio dai vecchi film di Cameron per alcune atmosfere. Un seguito molto brutto e discutibile, inferiore a qualsiasi aspettativa, che Arnold Schwarzenegger utilizzò come pubblicità indiretta per la sua candidatura a governatore della California. Lo scorso anno infine è uscita una serie tv intitolata "Terminator: The Sarah Connor Chronicles",che descrive un periodo mai narrato e poco interessantedella fuga di Sarah e John Connor prima della venuta di Skynet, il computer senziente che scatena la
guerra delle macchine. La serie è stata cancellata dalla FOX dopo solo una stagione di trasmissioni e non è riconosciuta nella cronologia della storia di Cameron, così come non lo è il terzo film, in sostanza il nuovo capitolo di "Terminator", cheriprende la storia dai due film di Cameron e cancella dalla linea storica il terzo ed il telefilm.

Scritto da John D. Brancato e Michael Ferris (già autori dello script noioso del terzo film e del bruttissimo "Catwoman") il film è in realtà un prequel del film del 1984 ambientato nel futuro, prima del viaggio nel tempo che porterà Terminator/Schwarzenegger alla ricerca della madre di John Connor. Il protagonista è finalmente l'uomo che guiderà la rivolta contro le macchine, chi ama la fantascienza aspetta dal 1984 un film che narri quel periodo avvincente di guerriglia post nucleare che Cameron ci aveva mostrato solo in flashback. Il ruolo dell'eroico Connor spetta a Christian Bale (reduce dai due ottimi film sul personaggio di Batman) e si concentra interamente sulla guerra epica e mastodontica contro terminator giganti e spaventosi. La nuova moda delle macchine giganti è cominciata in sordina con il film di Spielberg "La guerra dei mondi", si è sviluppata oltremisura con il videogame per il cinema "Transformer" di Michael Bay ed è approdata in versione più cupa e sporca nel nuovo film di "Terminator". Fino a questo punto non ci sono istanze, sappiamo tutti molto bene quanto gli effetti speciali di Hollywood siano fuori discussione, maa distruggere senza possibilità di recupero il film ci pensa l'orrenda sceneggiatura, brutta più di tutto nei diaolghi, lo script ci propina quanto di più banale, ritrito e scontato si potesse concepire, un trionfo di banalità e cose giàdette che si pone al limite del ridicolo.
Esempio:
Lei: "Volevo ringraziarti, di questi tempi è difficile trovare una brava persona"
Lui: "io non sono buono"
Lei: "Si che lo sei ... ma non lo sai"
Mala carica di spettacolarità del film, la sua raffinatissima tecnologiavisiva fapassare comunque allo spettatore due ore leggere adatte anche ai più giovani, fra gli attori meritano una citazione Sam Worthington che impersona un condannato a morte che sceglie di donare il suo corpo alla società di cibernetica che un giorno creerà i Terminators e che si sveglia ovviamente nel corpo di un cyborg, dovrebbe essere una mezza sorpresa nel film ma ce la "telefonano" nella prima scena del lungometraggio, quindi non lo è,meritano citazione sia Helena Bonham Carter che Bryce Dallas Howard, due delle migliori interpreti femminili del momento che scelgono allegramente di sprecarsi in questo film per ragioni che possono solo essere di danaro e il nuovo Chekov di "Star Trek", Anton Yelchin, che impersona il personaggio che un giorno nel passato diverrà il padre di John (il paradosso temporale fa sempre da padrone nei film di "Terminator".
Il vero moento topico del film è però l'apparizione del cyborg Arnold Schwarzenegger, non si tratta del Governatore della California ma di una sua copia in computer grafica basata su un calco fatto su di lui nel 1984, all'epoca del primo film e riprodotto cosi come era all'epoca, una scena che obbliga inevitabili riflessioni su una nuova dimensione di immortalità dei divi del cinema che grazie alla tecnologia possono esistere in un film senza parteciparvi fisicamente, potremmo ritrovarcivolti riprodotti all'infinito nel prossimo secolo.Fa infine sorridere (di sicuro non è casuale) che il nuovoTerminator sia un personaggio condannato a morte, visto che il primo attore ad impersonare il cyborg del 1984 è diventato Governatore e fervido sostenitore della pena di morte nella realtà di tutti i giorni... altro che mostri robotici !
Daniele Clementi

- Palma d’oro: "Il Nastro Bianco" di Michael Haneke
- Grand Prix: "Un Profeta" di Jacques Audiard
- Premio speciale del 62/mo festival: Alain Resnais
- Regia: Brillante Mendoza per "Kinatay"
- Attore: Christoph Waltz per "Inglourious Basterds" di Quentin Tarantino
- Attrice: Charlotte Gainsbourg per "Antichrist" di Lars Von Trier
- Sceneggiatura: Feng Mei per "Spring Fever" di Lou Ye
- Giuria: ex aequo "Fish Tank" di Andrea Arnold e "Thirst" di Park Chan-Wook
- Palma d’oro per il miglior cortometraggio: "Arena" di Joao Salaviza

Quentin Tarantino piace proprio a tutti, anche a Pedro Almodovar che questa mattina era seduto davanti a me alla proiezione finale del nuovo film del geniaccio americano e che è stato fra i primi ad applaudire divertito alla fine della proiezione. Tratto dal film italiano di Enzo Girolamo Castellari "Quel maledetto treno blindato", il nuovo film di Tarantino non è un vero remake ma una radicale rielaborazione dell'opera originale, talmente complessa da risultare quasi incredibile che sia partito dal film di castellari per creare questo sublime gioco di gusto cinefilo fra la storia del cinema della seconda guerra mondiale e la mitologia cinematografica del secondo conflitto nata e sviluppatasi nel dopoguerra. Riutilizzando molti brani che Ennio Morricone creò per spaghetti western a low budget negli anni 60', Tarantino racconta in modo assolutamente western la seconda guerra mondiale, l'olocausto, l'occupazione francese, la resistenza ed il terzo reich.
Naturalmente tutto il film è un grandissimo gioco divertito e divertente, un gioco talmente esplicito e condiviso dallo spettatore da potersi perfino permettere di riscrivere in modo imprevedibile e gustosissimo la storia della seconda guerra mondiale, un mondo rifatto secondo i suoi bisogni ma così esplicito e geniale nella rielaborazione da stupire e divertire. La storia comincia con una scena che sembra presa dal film di Sergio Leone "Il buono, il brutto e il cattivo" dove un magnifico bastardo nazista (abituatevi a questa parola perchè oltre ad essere il titolo del film è un collante indispensabile nel racconto) con crudeltà inaudita e diabolica genialità massacra una famiglia di ebrei in fuga, salva solo una bambina, l'errore cruciale che farà cadere il domino del Reich. La scena che segue è puro cinema in salsa Tarantino, un monologo straordinario di Brad Pitt che motiva la sua squadra speciale "I bastardi senza gloria" alla resistenza "apache" in Francia, con tanto di torture ai nazisti e scalpi strappati agli ufficiali delle SS ancora agonizzanti.
Ma nel film c'è più di tutto il grande Cinema, sorprendente e divertentissimo vedere i protagonisti fra un massacro e l'altro parlare di Pabst, della Riefensthal e di David O'Selznick, Tarantino ci regala attrici spie che fanno il doppio gioco, critici cinematografici in missione militare per conto di Churchill, e nazisti così cattivi ed infami da non poter essere che un piacere vederli fatti a pezzi dai "bastardi" di Brad Pitt, merita una menzione il regista Eli Roth che ci regala un interpretazione straordinaria e divertente e lo stesso Brad Pitt che per fingersi una controfigura cinematografica fascista, con un italiano terrificante, si atteggia ad un ibrido fra Benito Mussolini e Vito Corlenone del "Padrino". Il film è un affresco colto e raffinato sulla cinematografia della seconda guerra mondiale e sulla sua iconografia aggiungendo strepitosi momenti di cinema di genere alla Sergio Leone.

In realtà sembra che Tarantino voglia esorcizzare l'idea dell'Olocausto non certo negandolo ma trasformandolo e cambiando la storia della seconda guerra mondilae con un solo evidente scopo, comunicare alle nuove generazioni che solo agendo con risolutezza e determinazione si salva la propria libertà e che solo fiducia in se stessi e profondo senso critico delle istituzioni si può evitare la venuta di una nuova dittatura o un nuovo Olocausto, insomma giocando con la morte e la violenza tarantino gira un film splendido che oltre a divertire ed emozionare sarà un sano e gustoso schiaffo morale a tutti i neonazisti e a tanti ragazzetti che anche in Italia pensando che vestire di nero e rasarsi la testa sia un modo per essere più fighi, forti e duri e per dimostrae agli altri di essere diventati uomini, che si guardassero cosa pensa di loro Tarantino che da sempre è un mito anche per questi ragazzi.
Non manca nel finale una bella critica al governo americano che dopo la seconda guerra mondiale aprì le porte a nazisti e fascisti facoltosi o dal cervello prezioso dimostrando totale indifferenza per la connivenza e la complività che aveavno dimostrato durante i giorni dell'Olocausto. La scena finale interamente ambientata in un Cinema (di cui non posso dirvi nulla per non rovinare il gusto della visione) è per lo spettatore una giustizia appagante e purificante che coinvolge e diverte con grandissimi momenti di genialità cinematografica ed autoriale.
Daniele Clementi
Il pescatore Sanpei è stato il protagonista di una fortunatissima serie di manga in Giappone, e poi di una memorabile serie animata durante gli anni '70. In un momento di intenso revival, ecco arrivare dal Giappone una produzione a cinque stelle che per la prima volta racconta, con attori in carne ed ossa, le gesta del giovane pescatore Sanpei.
Alcune settimane fa avevamo parlato del regista premio oscar Yojiro Takita, che aveva incantato l'occidente con il film "Departures", ed ecco arrivare fresca fresca dal Giappone la sua nuova fatica, una raffinata e delicata riduzione cinematografica per famiglie del famoso Sanpei. I personaggi sono riprodotti molto fedelmente, così come l'ambientazione e la struttura del racconto. Il film in realtà è l'occasione per Yojiro Takita di parlare del rapporto fra l'uomo e la natura e quello strano processo autolesionista che spinge l'uomo a non ascoltare l'essenza di quel mondo da cui proviene e a cui appartiene.
Un bel film per famiglie, girato ad altissimo livello tecnico e con ottimi interpreti, destinato prioritariamente ai ragazzi consumatori di gameboy e playstation che sempre più spesso non sanno cosa sia la natura. Fra le scene memorabili resta impresso il lungo ed avvincente trekking per raggiungere il lago perduto abitato da una carpa gigante e le scene di pesca, che molto probabilmente non piaceranno ai pescatori, per indubbia carenza di realismo, ma che sono cinematograficamente molto godibili.
Daniele Clementi
La pietra dello scandalo al Festival di Cannes è ovviamente Lars Von Trier, con un film unico e disturbante, geniale e malvagio, che fa pensare alla rinascita del cinema splatter e di tortura di Tobe Hooper degli anni '70, che ha visto esponenti di spicco come il bravo Eli Roth con l'indimenticabile "Hostel". Il film comincia con una scena al rallentatore di un amplesso violento ed animalesco fra i protagonisti, una scena di fortissimo impatto, accompagnata da un brano di musica lirica ed una scelta cromatica di bianco e nero. La sequenza intervalla l'amplesso con le scene di un bambino molto piccolo che lentamente tenta di raggiungere i genitori impegnati nell'atto sessuale. Bisogna precisare che il regista danese non manca di mostrarci anche un primo piano dei genitali dei protagonisti, con un inquadratura degna di un film porno, incastonata in una sinfonia visiva inedita e provocatoria.
L'amplesso si conclude in parallelo con la caduta del bambino dalla finestra. Da quel momento in poi la storia del film è una scrupolosa ricostruzione del lutto a colori. Per non rovinarvi il gusto di vedere questo film straordinario ci limiteremo a dirvi che Lars Von Trier passerà in continuazione dal cinema horror al dramma psicologico, non mancando di regalarci sequenze di erotismo che rasentano consapevolmente la pornografia ed incredili scene di mutilazione fisica degne di un classico dello splatter. Forse quello di Lars Von Trier è il primo film a mostrare un'evirazione femminile in tutto il suo orrore ma non bisogna cadere nell'errore bigotto di pensare che tutto sia spettacolo senza poesia, in realtà ogni singola sequenza è il frutto di un lavoro ossessivo e straordinario sulla psicoanalisi, la stregoneria medievale e la parte più nascosta ed oscura della donna. 
In tutta onestà forse è il primo
film che racconta il lato oscuro della donna fin nel suo più intimo profondo, passando dalla nevrosi all'isteria, senza dimenticare la stregoneria e la Santa Inquisizione.
Un film dell'orrore magnifico, proprio perchè dell'orrore non è, ma vi attinge solo per raccontare con inedita crudeltà visiva la parte più spaventosa nascosta dentro di noi. La foresta che compare nel film, poi, è semplicemente magistrale, un esempio di narrazione visiva che fa pensare all'immortale "Shining" ed a Stanley Kubrick, non a caso altro grande genio del cinema con evidente vicinanza al sadismo.
Un film semplice nella messa in scena ed elaboratissimo nei significati, un lungometraggio che inevitabilmente farà parlare di sé e procurerà non pochi disturbi agli spettatori più ottusi e moralisti che non vogliono o non sanno vedere l'oscurità che li circonda e li permea, Grazie a Dio, o all'Anticristo, Lars Von Trier è tornato, più crudele, lucido e geniale che mai.
Daniele Clementi
La rivoluzione rumena del 1989 fu probabilmente una delle più violente dell'Europa orientale contemporanea, inevitabile riflesso di una dittatura che aveva straziato il paese.
Nicolae Ceauşescu fu processato e condannato a morte con la moglie Anna, uno dei pochi dittatori moderni a non farla franca. Vent'anni dopo la rivoluzione ecco uscire un film della nuova Romania. Un pool di registi brillanti e coraggiosi che, capitanati dal vincitore della Palma d'oro Cristian Mungiu, ritraggono gli anni della dittatura con raffinatezza ed intelligenza. Si comincia con due segmenti brevi, divertentissimi, per poi sfociare in storie sempre più drammatiche ed intense. Poichè rivelare le storie sarebbe un vero crimine ci limiteremo a segnalare quella dedicata alle riunioni del quotidiano nazionale sulle foto del dittatore, che, essendo basso, non doveva comparire troppo piccolo rispetto ai suoi interlocutori e necessitava di continui fotomontaggi. Il ritocco fotografico che cambia la realtà di un evento o migliora l'aspetto del leader è da sempre prerogativa delle dittature o delle semi-dittature.
Ma i momenti più profondi sono quelli dedicati ai rumeni semplici, il popolo che muore di fame e che risolutamente combatte ogni giorno per avere quel minimo che li mantenga esseri umani. Un film delizioso e ricco che, attraverso una giostra di racconti, ci mostra con ironia ed intelligenza la supposta "età dell'oro" della dittatura rumena. E la nostra "età dell'oro" la vedremo mai al cinema ?
Daniele Clementi

Robert Ervin Howard creò Solomno Kane nel lontano 1929, fu una delle sue prime creazioni e senza dubbio la più importante sul piano letterario se si pensa che influenzò perfino Howard Phillp Lovercraft (per sua stessa ammissione). Howard è noto ai più giovani come il padre di Conan il barbaro e di Kull il conquisttore, due persnaggi molto simili fra loro che condividono un filo immorale ed opportunista nei loro profili. Solomon Kane è completamente diverso dai due nerboruti erori che Howard creò in seguito, è un puritano, ossessionato dalla lotta del bene contro il male, quasi un invasato religioso che insegue le forze del diavolo per combatterle senza riposo o ripensamento, una sorta di crociato tardivo che fu protagonista di ben 16 opere fra gli anni 20' e gli anni 60'. Solomon, mercenario al soldo del regno di Spagna perde la sua anima immortale in un imprevisto duello contro un demone oscuro, da quel momento in poi vaga per le terre della cristianità in cerca di sollievo e perdono, bandito dalla chiesa cattolica troverà rifugio in una carovana mormona che lo educherà a quel puritanesimo che farà di lui il peggior incubo delle forze del male.
Osservando bene il personaggio si potranno notare fortissime somiglinze con la versione creata da Stephen Sommers dell'ammazzavampiri Van Helsing, non si tratta di uno scopiazzamento da parte dei produttori del film di Solomon Kane bensì del contrario, Sommers non avendo ottenuto i diritti per Solomon Kane si reinventò la nemesi di Dracula rendendola più simile al personaggio che non poteva raccontare. Il film diretto da Michael J. Basset onora il più possibile il personaggio originale supportato da solidi effetti speciali ed una buona maestranza produttiva, meritano segnalazione i ruoli d supporto curati da Max Von Sydow (padre naturale di Solomon) e Peter Posstelwhite (padre spirituale). Un film che appartiene con chiarezza al prodotto medio americano girato con professionalità troppo impersonale che coinvolge lo spettatore senza mai brillare però di originalità. Una riduzione rispettabile senza infamia e senza lode che però non resta memorabile. Nella versione integrale proposta al mercato c'è una scena in cui Solomon Kane crocifisso scende dalla croce per continuare la sua crociata che ,conoscendo la censura italiana, rimarrà solo nei ricordi di chi l'ha vista a Cannes.
Daniele Clementi

Scuola maschile di Suzuran, Kyoto. Ogni classe dell’istituto ha la sua banda di teppisti, ogni livello delle classi corrisponde ad un grado di anzianità delle bande, in questa scuola si formano indirettamente i ragazzi che diventeranno yakuza della prossima generazione. Se un giovane vuole fare carriera deve sfidare il capobanda di ogni classe, stringere alleanza e confrontarsi con gli altri livelli, il capobanda più forte è destinato ad un futuro glorioso anche se breve nel mondo della mafia giapponese. Miike Takashi, uno dei registi più prolifici e violenti del cinema moderno del sol levante mette in scena la storia delle leve di Suzoran in chiave fumettistica, con esplicite esagerazioni ed una forte carica di ironia, ne emerge un film live action costruito come un cartone animato, divertente e coinvolgente anche se forse un pochino diseducativo.
Un ottimo prodotto della nuova generazione degli yakuza movie giapponesi che diverte e rilassa lo spettatore per 120 minuti senza troppi moralismi o incertezze contenutistiche. L’unico difetto riscontrabile è che potrebbe eccitare i giovani yakuza giapponesi,ma questo già si diceva negli anni 60' dei film di Kinji Fukasaku.
Due anni dopo il film citato ecco arrivare in prima visione all'interno del mercato del Festival di Cannes il seguito, attesissimo in patria. Miike questa volta abbandona le sequenza pindariche e fumettitiche a favore di una struttura narrativa più forte, la psicologia dei personaggi ed i loro confliti interiori diventano preponderanti rispetto all'azione, e fin qui ttto bene.Il taglio provocatorio e diseducativo nei confronti dela giustizia e legalità viene totalmente annullato sostituito da un irreale etica buonista che stride con l'anima originale della storia, anche le sequenza delle risse così folgoranti nel primo film sono decisamente più consapevoli della gravità fisica e perfino permeate da un senso di melodramma del tutto inaspettato. Il seguito parte esattamente dove erafinito il primo film ma non ne ripercorre la strada in termine di suggestione e coinvolgimento, rivelandosi una sorta di normalizzazione del film originale e perdendo quello smalto trasgressivo che ci si sarebbe aspettati dal regista.
Daniele Clementi

Nel 2003 le televisioni del continente americano furono invase da una serie di fantascienza che sintetizzava il trauma dell'undici settembre unendo i canoni della tradizionale saga stellare ed aprendo nuove possibilità a tutti gli autori di serie televisive o di opere di fantascienza, nata come remake di una vecchia serie tv degli anni 70, il progetto "Battlestar Galactica" stava segnando la storia della televisione e della fantascienza, ora che la saga è quasi giunta al termine negli States possiamo cominciare a ragionare sul fenomeno e sul perchè non sarà più possibile prescindere da questa serie per le saghe di fantascienza future.
Nel 1978 Glen A. Larson concepì una serie televisiva di fantascienza con il preciso intento di portare in televisione lo spirito di "Guerre stellari - Star wars" che esattamente un anno prima aveva travolto gli schermi cinematografici americani. Il risultato fu una miniserie di solo un anno che rimase profondamente impressa nell'immaginazione del pubblico americano ed in quella ,naturalmente, dei giovani spettatori italiani che videro la serie alcuni anni dopo.Una razza simile a quella umana vaga nello spazio profondo come una vecchia carovana di coloni del far west in cerca di una terra promessa dove cominciare una nuova vita e fondare una nuova civiltà. I Cyloni, robot costruiti dagli stessi esuli umani e ribellatisi ai loro padroni, danno la caccia ai coloni con il preciso scopo di distruggerne la razza generatrice ritenuta debole ed inferiore. Unica difesa della flotta di coloni è la nave stellare "Galactica" che difende le navi passeggeri sotto la guida del comandante Adama e di un piccolo stormo di caccia stellari molto simili ai famosi "X Wing" creati da George Lucas per "Guerre stellari". Il leader dei piloti si chiama Apollo ed è il figlio del comandante Adama, al suo fianco combatte il coraggioso Skorpion ,Starbuck nella versione originale, interpretato dal famoso Dirk Benedict ("Sberla" del telefim "A-Team"). A bordo della nave stellare "Galactica"si sviluppano storie d'amore e di amicizia,ma anche pericolose minaccie, il vile ma intelligente Baltarè infatti pronto a tradire la sua stessa razza a favore dei perfidi Cyloni. Nel 1980 , dopo il successo della miniserie, la produzione tentò di riprendere le avventure della nave "Galactica" con una seconda serie televisiva che raccontava l'arrivo della colonia sul pianeta terra ma le cose non andarono altrettanto bene ed il serial si interruppe dopo solo una stagione. Da quel momento in poi la serie è rimasta un mito d'infanzia per alcune generazioni scomparendo nel dimenticatoio bollata ingiustamente come un semplice clone televisivo di "Star wars". La serie è stata anche divisa in tre film che sintetizzavano tutte le puntate dei due serial in una sorta di montaggio delle scene salienti del racconto, in Italia è uscito solo il primo dei tre film riassuntivi con il titolo "Battaglia nella galassia".
Nel 2003 la serie è stata ripresa e rielaborata dalla fantasia di Ronald D. Moore e Christopher Eric James che ne hanno fatto una serie innovativa e rivoluzionaria, incredibilmente vicina alle moderne paure degli Stati Uniti. L'umanità viene distrutta nel giro di due ore grazie ad un bombardamento di massa su tutti i pianeti popolati, i Cyloni riescono ad utilizzare dei sofisticati virus per bloccare tutte le difese degli esseri umani infiltrando fra gli umani un solo soldato con il corpo di una donna bellissima terrestre, i pochi sopravvissuti si riuniscono in una manciata di astronavi che hanno come unica difesa la nave stellare "Galactica" una nave da guerra cadente, vecchia ed obsoleta che proprio grazie alla sua totale mancanza di connessioni di rete e sistemi digitali evoluti riesce ad evitare l'attacco virale informatico dei Cyloni. In altre parole la sola speranza di una civiltà allo sbando minacciata da macchine senzienti evolutissime è una vecchia nave che cade in pezzi ed una manciata di caccia da museo privi di moderne tecnologie. Con queste premesse gli umani inziano la loro fuga alla ricerca di un mitico pianeta chiamato "terra" che una vecchia leggenda religiosa vuole sia il pianeta gemello dell'umanità. La miniserie del 2003 si concluse senza un vero finale, nel 2004 la produzione mise in cantiere una vera e propria serie di telefilm che poche settimane fa è giunta al suo compimento con un finale sorprendente che apre le porte ad una serie "prequel" (cioè un seguito che racconta eventi precedenti al telefilm da cui deriva) ed un film per la tv che gli americani vedranno verso giugno.
Ronald Moore stravolge i personaggi originali creando una serie di fantascienza gotica e drammatica basata sulle modern paure americane e sulla mutazione sociale e culturale del dopo "Ground Zero". Il personaggio più interessante è sicuramente Baltar, che nella serie originale era il cattivo classico, nella nuova versione è forse il personaggio più intenso e conflittuale, innamorato di una cylon, un robot dal perfetto aspetto umano, farà di tutto per nascondere la sua responsabilità nella distruzione dell'umanità, devastato dalle sue emozioni e dal suo senso di colpa, desideroso di dimostrare agli altri e a se stesso di essere degno di vivere pur essendo uno dei più diretti responsabili della fine dell'umanità diventerà prima scienziato chiave poi Presidente, traditore sotto processo, pensatore rivoluzionario marxista ed infine leader religioso per chiudere la sua iperbole come ... (non ve lo dico guardatevi al serie!). Per tutta la durata della serie Baltar sarà ossessionato dalla presenza della donna amata, una presenza che può percepire solo lui, una proiezione della sua mente o forse un chip installato dai cyloni per controllarlo oppure un angelo di Dio (sempre e solo nel finale scoprirete la verità), un personaggio stupendo che sintetizza in un solo carattere la storia socioemotiva del genere umano magistralmente interpretato da James Callis e supportato con straordinaria sensualià dalla strepitosa Tricia Helfer. Baltar proviene da un genere umano che non conosce il monoteismo, un umanità che si è fermata al politeismo greco e che si contrappone ai mostruosi cyloni (da loro stessi generati per ragioni militari) che divenuti senzienti hanno scelto il monoteismo e l'adorazione di una creatura universale che chiamano "Dio". Insomma una guerra religiosa nello spazio.
La guida dell'esodo stellare degli ultimi umani è nella mani di un anziano comandante che il giorno della distruzione dei pianeti umani stava festeggiando il suo congedo, un vecchio guerriero che aveva vissuto sulla propria pelle la prima guerra dei cyloni e che dimostrerà di sapere molto più di quanto fosse di pubblico dominio su di loro, al suo fianco come capo politico e Presidente in carica una consulente didattica del governo, unica sopravissuta dello staff presidenziale malata di un cancro incurabile e soggetta a visioni religiose, un personaggio drammatico e tormentato, un leader morente che darà una misura molto precisa della sfiducia americana verso l'autorità statale dell'era Bush. I cyloni poi con aspetto perfettamente umano si troveranno infiltrati fra gli esseri umani, pronti a colpire come kamikazen da un secondo all'altro senza pietà. Eppure i nemici robotici con lo sviluppo della serie si riveleranno sempre più umani fino a creare un conflitto nello spettatore stesso che verso la fine della serie avrà sincere perplessità su quale parte scegliere per fare il tifo.
Uno spazio speciale infine se lo meritano i giovani piloti del Galactica Apollo e Skorpion che in antitesi alla serie originale sono di sesso opposto e molto più nevrotici, la versione femminile di Skorpion è strepitosa, tragica ed intensa, dinamica ed erotica come raramente la televisione consente. Il telefim ,originalissimo nella struttura, cambia direzione spessissimo, se la prima stagione onora la base della miniserie la seconda stravolge le regole creando una tensione politica interna con tanto di battaglie sindacali e conflitti religiosi del tutto imprevedibile in una serie di fantascienza, la terza poi ha inizio in un ambientazione radicalmente opposta a quella del telefim ed impiega almeno dieci puntate prima di riportare lo spettatore nello spazio offrendo nel frattempo una vera e propria saga di resistenza fantapolitica. Un telefilm unico che non ha mai avuto paura di cambiare direzione e che ha lasciato un segno indelebile nella storia della fantascienza moderna, impossibile per i prossimi film o telefim di fantascienza prescindere dalle scelte di questa serie così come ha confermato lo stesso George Lucas in merito al telefilm di "Guerre stellari" che sta preparando, se le voci che girano fossero vere potremmo parlare di "Guerre stellari" che ispirò "Galactica" e che trent'anni dopo fu ispirato da chi ispirò, un risulato notevole. Seppure il telefilm sia di fantascienza, i suoi contenuti intellettuali e politici, la cupezza di alcune scene e la violenza di altre lo rendono un prodotto più per adolescenti e adulti che per bambini e famiglie.
Daniele Clementi
Il Dottor Who ha visto il futuro, il nuovo impero romano che si costituirà fra qualche secolo e che dovrebbe rappresentare l'età dell'oro della prossima umanità non si è realizzato come previsto e sognato ed ha trovato invece un'umanità tollerante, intelligente e ricca di creatività e profondità, un mondo fatto di fast food e teledipendenti, una razza umana sottomessa alla televisione, governata da poche potentissime banche interstellari e completamente succube di programmi tv trasmessi da un unico satellite gigante ... il pericoloso Satellite 5.
Ovviamente non si tratta del Dottor Who del nostro blog ma di quello vero (Doc non me ne voglia) creato dal geniale Sydney Newman ed apparso agli occhi dei terrestri (per così dire) nel lontano 23 novembre 1963 sugli schermi della gloriosa BBC.
Se il serial "Star Trek" può essere considerato la saga stellare più longeva della storia, allora il Dr.Who è certamente il personaggio televisivo più longevo e duraturo della fantascienza dato che da tempo ha sbaragliato anche il suo nobilissimo rivale: il Dr. Quatermass. Dal 1963 fino al 1989 la serie del "Dr.Who" andò in onda in Inghilterra con una puntata nuova ogni settimana ininterrottamente, solo dopo quel periodo si registrò una crisi che obblig
ò questo personaggio a comparsate in altri campi come il film tv, il cartone animato, il fumetto e perfino i telethon britannici (per ragioni di memorabilia vale la pena di ricordare il Dr.Who demenziale interpretato dal "Mr. Bean" Rowan Atkinsons per la telethon). Noi italiani conosciamo il Dottor Who grazie ad una breve comparsa della serie inglese negli anni '80 su Rai 1 (vedemmo solo una manciata di puntate a colori riferibili alla dodicesima e tredicesima serie girate in Inghilterra negli anni '70), un brevissimo periodo ancora ben presente nei ricordi di tutti gli appassionati della fantascienza che non dimenticheranno mai Tom Baker (Dr. Who di quelle puntate), la sua sciarpa coloratissima e la sua cabina Tardis.
Nel 2005 con il genio della televisione Russel T. Davis al comando, il Dottor Who è tornato in grande stile diventando nuovamente uno dei serial di fantascienza più importanti del momento. Il Dottor Who è un signore del tempo, un alieno che viaggia nel tempo e nello spazio per osservare gli avvenimenti più importanti dell'universo e solo in casi di necessità interviene per garantire che la linea temporale prevista sia mantenuta, la sua nave stellare è un paradosso fisico, una creatura senziente chiamata Tardis che per ragioni di mimetismo cambia il suo aspetto fisico a seconda dell'epoca che visita, purtroppo nelle primissime puntate del 1963 il Tardis si guastò perdendo questa sua capacità e rimanendo per sempre con l'aspetto esteriore di una cabina telefonica della polizia londinese, il paradosso fisico le consente di essere enorme all'interno e piccola e stretta come una cabina vera all'esterno. I signori del tempo si sono estinti a seguito di una guerra mostruosa che ha li coinvolti contro i Dalek, robot guerrieri creati per ragioni di sicurezza dagli stessi signori del tempo ed evoluti a tal punto da potersi emancipare ed odiare i loro padri fino ad una guerra che ha praticamente distrutto entrambi i fronti. I signori del tempo sono quasi immortali e quando esauriscono la loro energia vitale
cambiano corpo mantenendo coscienza e memoria, questo ha strategicamente consentito alla BBC di mantenere per quasi cinquant'anni vivo il Dottor Who passando attraverso 10 Dottori diversi (escludendo i personaggi di prodotti secondari scollegati dalla serie base ed i due famosissimi film per il cinema interpretati dal magistrale Peter Cushing).
Nel 2005 il Dottore ha ripreso i suoi viaggi ed affiancato dalla commessa di un centro commerciale, sboccata, cialtrona ma molto coraggiosa (la bravissima Billie Piper) ha ripreso le sue avventure prima con il corpo del maturo attore drammatico Christopher Eccleston (che con Davis aveva già raccontato un Gesù Cristo del futuro nella premiata e controversa miniserie "TheSecond coming"), poi nel corpo del brillante ed imprevedibile David Tennant (Barty Crouch Junior di "Harry Potter e il calice di fuoco"). Molte cose hanno stupito e divertito la critica televisiva ed hanno reso questo telefilm inglese uno dei più venduti nel mondo, prima fra tutte la decisione originale di non modernizzare troppo i vecchi nemici del Dottore creando un legame perfetto con il passato. Fin dalla prima puntata però il nuovo Dottore si è mostrato decisamente più politico inserendo fra le righe del racconto diverse posizioni antitelevisive e molteplici personaggi metaforici che sembrano rimandare a dettagli politici e sociali del mondo moderno.
Fra le più gradite sorprese della nuova serie (ma in questo articolo parliamo solo delle stagioni andate in onda nel 2005 e nel 2006, per le altre dovrete aspettare qualche mese almeno) c'è la scoperta di una pericolosa organizzazione di banche intergalattiche che controllano e sfruttano l'umanità tramite la stazione spaziale "Satellite 5" un enorme trasmettitore televisivo che comunica simultaneamente al mondo intero, un solo grande satellite che raccoglie e suddivide le informazioni, una sola voce, un solo pensiero che trasmette direttamente il telegiornale alla corteccia celebrale dello spettatore, se satellite 5 non racconta la notizia la notizia non esiste. Il satellite è controllato da un pericoloso burocrate interpretato dal bravissimo attore comico Simon Pegg, ma in realtà dietro a questo censore delle notizie si nasconde una terribile minaccia aliena che agisce per conto di una lobby di banche stellari. Nel corso della serie Satellite 5 cercherà più volte di controllare l'umanità e di eliminare il pericoloso dottore che fin dal principio intuisce il pericolo; indimenticabile la puntata in cui il Dr.Who è prigioniero nella casa del "Grande fratello" dove quando si viene eliminati si muore per davvero e che come premio in palio vede la vita dell'ultimo giocatore ed un posto fisso con pensione garantita (un sistema con cui Satellite 5 controlla natalità e precariato), impossibile non riconoscere le metafore insite nelle puntate. Fra le più divertenti merita di essere ricordata anche quella in cui un terribile alieno si nutre degli esseri umani attraverso il televisore lasciando le sue vittime letteralmente senza faccia e quindi senza personalità. Un serial di fantascienza originalissimo che dal 1963 non smette di stupire e divertire lo spettatore e che nella sua nuova generazione di puntate si rivela perfino una critica intelligente alla società contemporanea. Consigliatissimo per le famiglie.
Daniele Clementi

"Space: The final frontier. These are the voyages of the Starship Enterprise and its 5 year mission to explore strange new worlds, to seek out new life and new civilizations ... to boldly go where no man has gone before." Era il lontano 1966 quando il pubblico americano per la prima volta udì queste poche parole che facevano da apertura a quella che sarebbe diventata (nonostante tre sole stagioni di prosecuzione) la più longeva saga stellare della storia. Gene Roddenberry fino a quel momento era stato un promettente sceneggiatore televisivo con una solida formazione ed una buona capacità di caratterizzare i personaggi, lui per primo non avrebbe mai pensato di stare per diventare uno dei nomi più importanti della storia della fantascienza televisiva e cinematografica.
Il film pilota della gloriosa serie di "Star Trek" non era piaciuto, il capitano non convinceva ed il primo ufficiale donna non sembrava adatto con le mode del momento (troppo presto per un ruolo femminile così importante in America), dunque il progetto fu riscritto, un capitano più dinamico e fisico, un primo ufficiale maschio ed alieno ed una sola figura femminile posta in secondo piano ma con un ruolo comunque molto importante, trasgredendo inoltre alle regole non scritte che non vedevano di buon occhio una donna di colore come membro fisso di una serie tv. Un piccolo telefilm che aveva spettatori fuori dal comune che lo sostenevano apertamente come John Kennedy o Martin Luther King. Un telefilm che in soli tre anni disturbò uomini politici conservatori ed unì moderati americani con giovani ribelli e figli dei fiori, il primo telefilm multigenerazionale e multisociale della storia della tv americana che scatenò una consultazione parlamentare per la messa in onda del primo bacio multiraziale della storia. Un americano alla guida della nave, un alieno al suo fianco ed un burbero europeo come controparte etica, il resto composto da uno scozzese, un russo, un cinese ed una donna africana, una miscela unica ed esplosiva che probabilmente educò alla tolleranza molteplici generazioni di più e meglio di una qualsiasi attività didattica governativa.
Una leggenda che riprese vita all'inizio degli anni 70' con una breve ma intensa serie tv animata e che giunse nell'Olimpo del cinema nel 1979 con un film filosofico ed intellettuale degno erede della scuola di "2001 Odissea nello spazio" firmato dal premio Oscar Robert Wise. Da quel momento in poi il mito di "StarTrek" è solo cresciuto nel tempo raggiungendo il suo vertice di incassi nel 1986 con il quarto capitolo "The voyage home - Rotta verso la terra" un piccolo gioiello della fantascienza dal messaggio ecologista che contribuì alla battaglia contro l'estinzione delle balene. Nel 1987 con la collaborazione dell'autore e produttore televisivo Rick Berman il mondo creato da Roddenberry cambiò direzione con 4 serie televisve che proseguirono sulla strada tracciata dal padre della serie, anno dopo anno si susseguirono capitani stellari diversi fra loro come l'europeo e shakesperiano Picard di "The next generation", il religioso capitano di colore Sisko di "Deep space nine", la risoluta Gennaway di "Voyager" (in risposta alla censura del 66' arrivò negli anni 90' una serie con una donna come capitano che durò 7 anni) ed il repubblicano e guerrafondaio Archer di "Enterprise". Una saga infinita che produsse un vero universo seriale con profondi collegamenti tra film e telefim ed una vera e propria macchina di gadget costantemente alimentata da milioni di fan in tutto il mondo.
Quarantatre anni dopo ecco arrivare un nuovo inizio, alla guida dell'ambizioso progetto un nome di forte tendenza come J.J. Abrams, padre di serie di successo come "Alias" e "Lost", regista di "Mission Impossible III" e produttore di "Cloverfield". Abrams riscrive "Star Trek" come nessuno aveva mai osato pensare di fare e lo fa liberandosi con originalità dal peso di tutto ciò che è stato fatto dal 1966 ad oggi, una nave stellare romulana viaggia nel tempo per stravolgere il corso della storia ed uccidere un nome chiave del futuro dell'umanità come James Tiberius Kirk, lo storico capitano della nave stellare Enterprise, protagonista della prima serie del 1966, a questo punto potrei assopirvi con lunghissime spiegazione sul chi è chi di questo nuovo film, su come è collegato al passato e nello stesso tempo non lo è ma vi risparmierò questa tortura spiegandovi solo questo, gli avvenimenti narrati in questo film si svolgono prima della serie del 1966 e le conseguenze del viaggio nel tempo degli alieni romulani sono talmente devastanti da provocare la nascita di un nuovo futuro, quindi tutto quello che è stato raccontatao dal 1966 fino alla serie "Enterprise" non esiste più e nel migliore dei casi non si realizzerà più allo stesso modo, in altre parole Abrams cancella il passato partendo dall'incontro fra Spok e Kirk e si apre la strada ad una nuova saga che sfrutterà personaggi ed ambienti del passato reinventandoli da capo. Una soluzione pratica per non dover sostenere il confronto con quarant'anni di storie che certamente farà storcere il naso ai fan più sfegatati e che suona come tentativo radicale di riscrivere "Star Trek" per le nuove generazioni senza essere troppo doloroso con le vecchie. Il film è certamente il più dinamico dell'intera saga, quello che gioca di più con gli effetti speciali e che trae più insegnamento dal mondo di "Guerre stellari" e dalle nuove storie d'azione, il nuovo mondo raccontato da Abrams ci regala uno Spok più umano e decisamente più condizionato dalle emozioni al punto da poter sostenere una love story con Uhura (la mitica responsabile delle comunicazioni afro-americana). Eric Bana nel ruolo del cattivo è un pò monotono e poco probabile, mentre risalta enormemente rispetto a tutti gli altri lo straordinario Simon Pegg così bravo e stuzzicante da dare una spinta di vitalità ad un film tanto bello esteticamente quanto vuoto e piatto come colpi di scena e soluzioni narrative. Se la serie del 1966 era decisamente kennediana questo primo fim di Abrams non sembra avere particolari velleità politiche e supposte influenze con il pensiero di Obama e qualsiasi legame con lo stesso sembrano sinceramente appicicate alla meglio rispetto a quello che fece nel 1966 Roddenberry. Un film godibilissimo, ben girato e divertente ma decisamente vuoto e privo di anima rispetto alla modesta ma genuina serie degli anni 60'.
Daniele Clementi

La giornata di apertura del Festival ci ha regalato due film nuovissimi in prima visione europea.Si comincia con il fenomeno “ONG BAK”, in Tailandia l’industria cinematografica si sta concentrando in particolare sul genere horror e sul gongfupian (film di arti marziali).Da qualche anno a questa parte la Tailandia ha scoperto il fenomeno di Tony Jaa, interprete di film di arti marziali ormai considerato erede di Bruce Lee (ma nel corso di questi ultimi trent’anni i supposti eredi di Bruce Lee saranno stati almeno tre dozzine). I suoi film ,estremamente sofisticati nelle coreografie di lotta, sono fra i più venduti in estremo oriente. La religione buddista è molto presente nel cinema di arti marziali tailandesi, la maggioranza delle azioni narrate sono condizionate da un trittico quasi inevitabile: la religione, l’arte della lotta e l’onore.

Non mancano mai statue buddiste, spesso sfregiate durante la battaglia e in seguito onorate non solo come simbolo di religiosità e ma anche come testimonianza o ricordo di guerra, la componente religiosa non è troppo violentemente esplicitata ma è costante, non solo perché i personaggi ne sono avvolti ma perché dietro alle loro azioni spesso ci sono metafore strettamente vincolate al buddismo. Questa commistione buddismo e violenza potrebbe lasciare perplessi dato che uno dei suffissi chiave del pensiero del Buddha illuminato è proprio la non violenza, ma a giudicare dal numero ingente di film tailandesi in cui è visibile sembra che non disturbi lo spettatore anzi pare dare alle guerre degli eroi di questi film una sorta di giustificazione morale. Nulla che debba turbare più di tanto ad ogni modo , in fondo le crociate e molte altre guerra del mondo occidentale erano presentate al popolo con lo stesso principio.Il primo film di “ONG BAK” già uscito in Italia alcuni anni fa era ambientato nell’epoca contemporanea ed aveva come sfondo del racconto il furto delle statue religiose tailandesi per il mercato nero. Questo “prequel” (seguito che si svolge prima degli eventi narrati nel film originale) invece si ambienta in un profondo passato dove ancora le uniche armi sono i propri arti o le spade. Difficile che vi sia credibilità storica nelle scelte estetiche che raccontano una Tailandia a metà fra un medioevo orientale ed un mondo fantasy ma certamente la resa visiva del film è magnifica, anche i personaggi seppure paragonabili ai super eroi del mondo americano sono decisamente più credibili di tanti altri protagonisti di kolossal tailandesi precedenti ed il talento visivo del regista Panna Rittikrai (che ha lavorato con il protagonista Tony Jaa per la regia del film) supera qualsiasi perplessità sulla credibilità di ciò che ci viene mostrato, se ci diverte vedere “300” consapevoli che gli spartani non erano così, a maggior ragione ci sta bene vedere i guerrieri mitologici tailandesi agire quasi come X- MEN. Il film mostra però la corda, come spesso capita nei gongfupian tailandesi, sulla sceneggiatura che offre personaggi privi di spessore e sviluppi narrativi troppo repentini e poco credibili.

Pochi giorni dopo i gongfupian a sfondo religioso ecco quelli a sfondo gastronomico. Bisogna riconoscere l’originalità di base di queste scelte e lasciar correre per quello che riguarda la credibilità o i contenuti. Il primo film è “Chocolate”, la strana storia di una ragazza ritardata con un talento innato per le arti marziali, che vive alimentandosi solo di cioccolata. Quando la madre comincia delle sedute di chemioterapia, la ragazza decide di sfruttare il suo talento per riscuotere i debiti della famiglia. Il film, diretto da Prachya Pinakaew (Ong Bak), regala allo spettatore sequenze di arti marziali uniche nella storia del genere, alcune delle quali talmente realistiche da aver procurato contusioni e fratture vere agli attori. Non ci sono dubbi in merito alla qualità coreografica di questo film, che lascia lo spettatore con il fiato sospeso fino al duello finale originalissimo e divertente, ovviamente il film non manca di ammiccare al cinema di Bruce Lee e di Quentin Tarantino.

Il secondo titolo degno di segnalazione è “Som-Tum”, il titolo richiama un tipico piatto piccante tailandese, la storia è quella di un gigante buono australiano che viene circuito da una prostituta tailandese e si ritrova per strada senza soldi e documenti con solo un paio di pantaloni addosso, aiutato da due bambine molto sveglie e micidiali nelle arti marziali riuscirà a risolvere tutti i suoi problemi. Il film, chiaramente destinato alle famiglie ci regala un originalissimo “Hulk” low budget di colore rosso, effetto collaterale che sperimenta il colosso australiano ogni volta che mangia il som-tum.
La piccola industria tailandese cerca di fare il possibile per mostrarsi degna di considerazione sul mercato internazionale, devia con eleganza qualsiasi riferimento alla gestione militare del Paese e riduce al minimo l’esistenza del turismo sessuale, ma come risultato finale, ciò che si vede poco o non si vede, fa in realtà luce agli occhi di chi già conosce i risvolti ombrosi di questo Paese.
Daniele Clementi

Nel panorama dell’estremo oriente il Cinema giapponese è sempre stato un gradino più in alto, difficile sintetizzare in un articolo le ragioni di questa eccellenza ma nomi come Kuroswa, Ozu, Oshima o più recentemente Miyazaki la dicono lunga su quanto sia ricco e sfaccettato il panorama cinematografico giapponese e su quanto sia forte l’incanto che produce sullo spettatore.
Al Far East Film Festival questa condizione peculiare viene confermata in particolare da due film straordinari e radicalmente diversi fra loro.
Cominciamo dal regista Takita Yojiro, in dieci anni di attività ha esplorato molteplici generi cominciando con una storia d’amore figliare unica e coraggiosa come “Secret” del 1999, dove un padre vedovo scopre che lo spirito della moglie è entrato nel corpo della figlia devota disposta ad essere sua sposa nel segreto delle mura domestiche, un film molto particolare facilmente soggetto a condanne e polemiche che il regista riesce però a raccontare con leggerezza e delicatezza al punto tale da riuscire a circolare liberamente sul mercato asiatico senza tante polemiche.
Takita Yojiro avrebbe in seguito esplorato il mondo paranormale degli spettri medievali giapponesi con il fortunato “Yin Yang Master” (2001) ed avrebbe narrato molto meglio ed in modo decisamente più colto e storicamente credibile del film con Tom Cruise “L’ultimo samurai” la caduta della nobile casta dei cavalieri giapponesi con un lungometraggio pregiato e memorabile come “When the last sword is drawn”.
Questa volta Takita Yojiro, forte dell’esperienza cinematografica acquisita e memore degli insegnamenti di grandi registi che lo hanno preceduto, fra cui certamente Juzo Itami, decide di raccontare, forse per la prima volta nella storia del cinema giapponese, un antico rituale sconosciuto a noi occidentali. Si tratta del “nokanshi” (maestro di deposizione nella bara), un rito di pulizia e preparazione della salma prima del suo inserimento nella bara che avviene alla presenza dei parenti ed è impermeato di profonde simbologie e poesia, durante quel delicato rito, i parenti del defunto vedono per l’ultima volta il loro caro e sotto un attentissima danza di gesti ne vedono la preparazione per la deposizione nella bara. Il film “Departures”, in originale “Okuribito” (ovvero “Partenze”) racconta il ritorno nel paesino d’origine di un violoncellista divenuto disoccupato dopo la crisi economica e costretto a lasciare Tokyo e vendere il suo strumento. Ripreso possesso della vecchia casa materna con la sua giovane moglie comincia a cercare un lavoro qualsiasi, si ritroverà per sbaglio ingaggiato da un impresa di pompe funebri ed appunto da un anziano “nokashi” ,l’indimenticabile Yamazaky Tsutomo del capolavoro di Itami “Tampopo”, che non solo lo inizierà all’arte rituale della preparazione delle salme ma lo aiuterà lentamente a riconciliarsi con un padre assente che abbandonò il protagonista all’età di sei anni.
Un bellissimo film che esplora con delicatezza ed intelligenza un momento doloroso e delicato come quello del lutto, esplorando diverse sfaccettature del rapporto fra vita e morte e delle relazioni interpersonali. Il film è stato premiato con il premio Oscar come miglior film straniero.
Il prossimo film di Takita Yojiro sarà invece un adattamento cinematografico di un famoso personaggio dei cartoni animati giapponesi “Sanpei”, un giovane pescatore importante per almeno tre generazioni di estimatori del cartone giapponese in Italia.
Completamente diverso da “Departures” ma egualmente interessante e coraggioso è invece “Love exposures”, ambiziosa ed originalissima satira del Giappone della durata di ben quattro ore, dove succede letteralmente di tutto costringendo lo spettatore a rimanere inchiodato sulla poltroncina per non perdersi il prossimo sorprendente colpo di scena, si tratta di una storia d’amore che attraversa la religione cattolica ed alcune sette filocattoliche giapponesi, mettendo alla berlina alcune ipocrisie del cattolicesimo e facendo e dicendo cose tanto coraggiose quanto irriverenti, nel film c’è letteralmente di tutto, da una raffinata ricerca filosofica e teologica sul modo con cui i giapponesi vedono il cattolicesimo alle citazione cinematografiche, magnifico e divertentissimo il tributo dedicato all’attrice Meiko Kagi. Non manca una ricostruzione scrupolosa dei turbamenti sessuali degli adolescenti protagonisti che sorprende e diverte lo spettatore non rivelandosi mai volgare o demenziale, un film colto ed impegnativo che riesce con intelligenza ed originalità a raccontare molti dei mali dei giovani giapponesi senza essere mai troppo moralista o troppo retorico, un film unico che quasi certamente non vedremo mai (chi mai potrebbe distribuire un film giapponese girato in video HD e della durata di quattro ore ???) ma di cui molto probabilmente sentiremo ancora parlare nei prossimi anni.
Daniele Clementi

Il 30 aprile 2009 è stato il ventesimo anniversario della morte di Sergio Leone, un regista che ha influenzato generazioni di cineasti in tutto il mondo. Il suo primo film fu un “peplum” tardivo intitolato “Il colosso di Rodi”, girato sotto la chiara influenza di Carmine Gallone, regista del muto che con Giovanni Pastrone condivide un ruolo chiave della storia del Cinema italiano. Il mondo scoprirà però Sergio Leone solo qualche anno dopo con il remake non ufficiale del film di Akira Kurosawa “Yojimboo – La sfida del samurai” intitolato “Per un pugno di dollari”.
Da quel momento in poi Sergio Leone avrebbe radicalmente condizionato l’industria cinematografica europea, lanciato a livello internazionale l’attore Clint Eastwood e ridisegnato i canoni del cinema western e d’azione.
Kim – Ji – Woon è uno dei nomi più importanti nel panorama produttivo cinematografico sudcoreano contemporaneo, la sua carriera è tanto interessante quanto folgorante, la sua opera prima “The quiet family” non fu solo un grande trionfo al Far East Film Festival di quasi dieci anni fa ma girò il mondo come una delle opere prime più promettenti dell’anno. I film che seguirono contribuirono a diffondere la sua reputazione per tutti i Festival internazionali, storie tanto originali quanto coraggiose come “The foul king” o “A tale of two sisters” (quest’ultimo reperibile anche in Italia). Nel 2005 il distributore italiano Lucky Red consacrò definitivamente il talento di Kim – Ji – Woon anche in Italia distribuendo il film “A bittersweet life”, un omaggio in chiave “heroic bloodsheed” dei film noir francesi di Jean Pierre Melville.
Kim – Ji – Woon sta per iniziare ad Hollywood le riprese di un remake Americano del classico francese “Il commissario Pellissier”, e mentre aspettiamo un remake firmato da Quenti Tarantino del film di guerra di Enzo Girolamo Castellari “Quel malledetto treno blindato” interpretato nella sua nuova versione da Brad Pitt, ecco arrivare un remake di Sergio Leone molto originale e coraggioso.
Il film si ambienta nella Manchuria degli anni 30’ (una divertente alternativa al selvaggio west di Leone) e ripropone i personaggi del classico “Il buono, il brutto e il cattivo” con una variante narrativa molto divertente ed accurata, le sequenze d’azione sono straordinarie ed uniche nel loro genere, il film regala allo spettatore, scene di sparatorie degne dei più lussuosi kolossal americani e personaggi tanto divertenti quanto sorprendenti, rispetto all’originale il remake coreano manca però di una dose di drammaticità che leone sapeva dare ai personaggi ed alle loro storie, i caratteri del film di Kim – Ji – Woon sono più fumettistici e meno motivati nelle loro emozioni più forti, fra le sequenze memorabili si segnala l’inizio ambientato all’interno di un treno ed assolutamente magistrale ed il lunghissimo finale a colpi di pistole fucili e cannoni che si rivela essere un antologia del cinema western mediterraneo di grande raffinatezza, la sparatoria finale poi viene riprodotta nei minimi dettagli con l’aggiunta della soluzione finale completamente diversa da quella di Sergio Leone, una variante divertente ed originale che contribuisce notevolmente a rendere questo film un esperienza visiva strepitosa. Non mancano citazione anche ad altri lavori di leone, primi fra tutti “Per qualche dollaro in più” e “C’era una volta il west”. Inevitabilmente fa pensare il fatto che personaggi creati da Leone negli anni 60’ siano ancora così convincenti nel 2009 a discapito di tante schifezze nostrane girate da arroganti e boriosi cineasti contemporanei che vendono al pubblico melò precotti e televisivi con la complicità della critica.
Daniele Clementi