
In questo momento in Italia si fa un gran parlare di crocifissi nelle scuole o negli edifici pubblici, indirettamente il film di Refn offre una riflessioe compatibile con questa discussione. Secondo lungometraggio della rinascita artistica della stella nascente del cinema danese, "Valhalla Rising" è una brillante commistione fra cinema di genere e cinema d'autore e, sebbene dal punto di vista linguistico i due registi siano molto diversi fa pensare alla nuova linea adottata dall'illustre collega conterraneo di Refn: Lars Von Trier, che con il film "Antichrist", ha inziato ad adottare il cinema di genere a sfondo psicologico. Il cristianesimo contro il paganesimo è il tema portante di questo splendido e lucido affresco su religione e violenza, un film che scatta improvvisamente in sequenze così violente da rasentare l'orrore, per poi placarsi in modo quasi psicotico nel cinema d'autore della più cara tradizione nordica, ricco di simbologie religiose pagane e splendidamente incastonato in una struttura narrativa misteriosa ed affascinante. Un film di dolore e bestialità, di crocifissi imposti nei luoghi sacri degli altri culti, nei cuori e negli animi delle siritualità pluraliste di coloro la cui sola colpa è quella di non predicare la stessa religione, un film fatto di sangue e fede che ci ricorda la materia prima delle guerre, il danaro, il potere e la religione, che ci dimostra come ancora oggi in nome di simboli e di avidità personali ci si comporti da tribali primitivi che devono imporre con la forza e l'animalesca violenza i valori della propria cultura contro qualunque altra cosa esterna o aliena al proprio credo. Refn offre uno sguardo gelido e chirurgico sulla mostruosità del potere e sulla violenza del dogmatismo con un cinema puro e pulito lontano anni luce dalle facili soluzioni didascaliche a cui il cinema politicamente corretto ci ha abituati.
Daniele Clementi
Il primo film inglese della carriera del regista danese Nicholas Winding Refn è probabilmente l'emblema della sua rinascita artistica. Un ritratto esaltante, disturbante, intrigante e sconvolgete di un vero criminale inglese che ha passato più tempo fra carceri e manicomi che in libertà, pittore di talento, picchiatore formidabile, leader di rivolte carcerarie passate alla storia, Charly Bronson è un disadattato sociale, reale vittima di un sistema giuridico che punisce solo chi non ha il potere far pesare la sua arroganza. Un omaggio intenso e raffinato al film di Stanley Kubrick "Arancia meccanica" che alternando diversi stili cinematografici riesce a raccontare una vita allucinate, perennemente borderline fra violenza, sfruttamento, indifferenza e cieca mostruosità perbenista.
Daniele Clementi
Questo è il film stilisticamente più sperimentale della trilogia di Nicholas Winding Refn, girato per ragioni economiche è in realtà il più artistico della serie. Il protagonista è questa volta Milo (comprimario dei due film precedenti), un Boss della droga di Copenaghen di origine macedone con il pallino della cucina ed un grave problema di tossicodipendenza. Il giorno della festa di compleanno di sua figlia Milo dovrà smerciare qualche migliaglio di pasticche di ecstasy, confrontarsi con le pericolose bande mafiose emergenti della Turchia e della Serbia che vogliono conquistare Copenaghen, salvare una minorenne resa schiava e messa in vendita come prostituta, sbarazzarsi di cadaveri, torturare extracomunitari con la complicità di un sadico pizzaiolo e cucinare per cinquanta invitati alla fesa di compleanno della figlia. Girato quasi sempre in steadycam, con una precisione quasi ossessiva per i colori e gli ambienti, questo terzo capitolo affronta insieme ai grandi canoni della gangster story anche la storia di un padre che cerca di comunicare con sua figlia e di un uomo che deve affrontare la sua tossicodipendenza e la consapevolezza della venuta della vecchiaia, il finale è un trionfo di carne umana e sangue con sequenze strepitose a metà fra il grottesco ed il raccapriccio che citano gustosamete e giocosamente "Non aprite quella porta" di Tobe Hoper e "Hostel" di Eli Roth.
Daniele Clementi
Dopo il drammatico fiasco al botteghino di "Fear X" Nicholas Winding Refn si ritrova con un debito di milioni di corone sulla testa, tormentato fra i suoi doveri etici di narratore e le sue responsabilità di padre verso la figlia che sta per nascere ed alla quale dovrà garantire una situazione economica accettabile sceglie di dare due seguiti al suo cult movie "Pusher", con il secondo film cercherà di coprire i debiti e con il terzo di guadagnare qualcosa, il travagliato percorso che porterà alla realizzazione di "Pusher II" è raccontato in maniera precisa e dettagliata dal documentario di Phie Ambo "Gambler". Nel secondo capitolo del film culto di Refn ritroviamo lo spacciatore Tonny (comprimario nel primo film) ed in una breve ma efficace sequenza il "grossista" della droga Milo (che poi diverrà protagonista del terzo capitolo). Tonny ,appena uscito di prigione, cerca di riconquistae la fiducia di suo padre, imponente e temuto boss della mafia danese, contemporaneamente deve fare i conti con la scoperta di essere divenuto padre e la notizia della morte della madre, una prostituta al servizio del padre. Un film edipico, intenso, violento ma di grande spessore drammatico e psicologico, uno scontro etico ed umano fra la conquista della maturità e la paura della stessa, Refn torna a raccontare la Copenaghen della mafia e della morte con un riscatto finale che però apre uno spiraglio di speranza, un racconto freddo nella resa scenica ma ricco di sentimenti, frutto certamente della scoperta della paternità da parte del regista.
Daniele Clementi
Un film coraggioso e sperimentale, unico per originalità e cifra stilistica, il primo film americano della carriera di Nicholas Winding Refn stupisce ed affascina con un ritmo apparentemente lento ed inesorabile senza mai stancare ma mantenendo in tensione lo spettatore fino ll'ultima scena.Si ripensa al cinema più sperimentale di David Lynch mentre ci si lascia trasportare da immagini che sembrano provenire da "Lost Highway" o "Mullholland Drive", la colonna sonora composta da Hubert Selby Jr. e Brian Eno è trascinante ed immersiva, quasi diabolica per come avvolge lo spettatore nella tensione del film ed il protagonista John Turturro è assolutamente magnetico ed inquietante.
Daniele Clementi
Tre anni dopo il suo esordio "cult" con il film "Pusher", Nichols Winding Refn torna dietro la macchina da presa con un film sorprendente ed originalissimo. La storia, tributo ai generi cinematografici, racconta di un gruppo di amici e dei loro amor rimanendo a metà fra il film "Clearks" di Kevin Smith e "Mean Streets" di Martin Scorsese, ritroviamo i volti chiave del film "Pusher" in ruoli apparentemente più leggeri ma pur sempre densi di drammaticità, il filo conduttore del racconto consiste in due storie d'amore parallele. La prima storia è quella di un cinefilo commesso di una videoteca che vive avvolto e protetto dall'universo di tutti i suoi film e che trova l'amore in una cameriera di una tavola calda che vive come lui avvolta e protetta dall'universo dei suoi libri. La seconda storia è quella di un giovane violento e sbandato che perde il controllo quando scopre che la sua compagna è incinta, sublimerà la sua paura di diventare padre e la sua frustrazione per un rapporto a cui ormai è solo vincolato per doveri di paternità prima picchiando la madre di suo figlio e poi in uno scontro saguinoso e spietato con il fratello della sua compagna in un turbine fra tragedia e splatter da fare invidia anche al genere "heroic bloodshed" dei film cantonesi di John Woo. Le due storie si scontrano e si intersecano in una Copenaghen fatta di quartieri grigi e case povere fra vecchi vhs e manifesti di film di serie B prodotti in Italia negli anni settanta. Una commedia romantica, violenta e splatter, avvincente ed incontrollabile in grado di esplorare generi fra loro agli antipodi con soluzioni stilistiche veramente uniche.
Daniele Clementi
Nicolas Winding Refn scopre il cinema, come quasi tutti noi, attraverso i film di genere, fra i suoi preferiti ci sono quelli di Bud Spencer e Bruce Lee, dopo avere esplorato il cinema d'autore (a nove anni) viene folgorato dal film di Tobe Hoper "Non aprite quella porta" e decide di diventare regista. Il film "Pusher" è la sua opera prima, secca, dura ed intelligente, un film completo che percorre in novanta minuti i grandi canoni moderni della gangster story da Scorsese a Coppola, da De Palma al cinema di Hong Kong. Un film terribile nella durezza dei personaggi e quasi neorealista nella raffigurazione del mondo del crimine che regala una Copenaghen oscura e malata, nacosta fra le pieghe della Danimarca borghese.
Daniele Clementi
Il film vincitore del Torino Film Festival non è un film, nel senso che è un documentario, non è nemmeno un lungometraggio, perchè dura solo 67 minuti a fronte dei 75 stabiliti come durata universale minima per un lungometraggio. Il vincitore è una provocazione, perchè vuol dire che secondo la Giuria nessuno dei lungometraggi di finzione selezionati in concorso meritava di vincere, ma è anche una sorpresa che farà certamente parlare di sé. Pietro Marcello è nato a Caserta e sapeva di Genova, prima di girare questo corto, solo quello che gli era giunto come ricordo da suo padre che, seppure meridionale, aveva bazzicato il porto e la città di Genova per ragioni di lavoro. Insomma il regista è uno "straniero" e come tale filma una Genova che non è tale nel suo profondo, ma una città inconscia filtrata e introiettata.Il documentario sovrappone, con tre stili diversi, tre percorsi autonomi: un lavoro di montaggio di filmini amatoriali della Genova del 1900, un percorso poetico e sensoriale su due uomini (forse frutto della fantasia, forse veri) che si accingono a prepararsi un fuoco sotto i ponti di Quarto dei Mille, e poi la storia di Enzo e Mary, lui è un criminale dal cuore d'oro, che, dopo avere scaricato una 44 Magnum su alcuni poliziotti, si fa quasi dieci anni di galera, dove conosce lei ... Mary, transessuale tossicodipendente. Fra i due, come in una favola, sboccia un amore che andrà oltre il tempo e le sbarre di una prigione per durare ancora oggi. Ma se il documentario su Enzo e Mary è straordinario, sono altrettanto noiosi i segmenti di filmini d'epoca amatoriali e la strana storia di Quarto dei Mille che alla fine del percorso sembrano quasi collocati lì per allungare un corto altrimenti troppo breve. Un cortometraggio interessante e divertente anche se poteva essere più breve per guadagnare in ritmo e scorrevolezza, ma che lascia perplessi come vincitore del Festival di Torino, dato che il citato Festival aveva in effetti una sua sezione per i cortometraggi separata da quella del concorso. Per la cronaca "La bocca del lupo" è il titolo del romanzo di Gaspare Invrea alias Remigio Zena, risalente al 1892, considerato opera chiave della letteratura verista. Il romanzo racconta, fra miseria e disperazione, la vita umile ma vera di alcuni anonimi abitanti della Genova del 1800, perdenti destinati a commuovere e coinvolgere il lettore in una documentazione artistica dell'Italia dimenticata. In un certo senso Pietro Marcelli, con la storia di Enzo e Mary, crea una versione attuale dei miserabili di "La bocca del lupo", ma a maggior ragione si fatica a capire, quantomeno, la funzione dei segmenti di filmati amatoriali della Genova del 1900.
Daniele Clementi
Arriva dal Canada questo originale tributo al cinema horror e di fantascienza con sfondo politico degli anni Cinquanta e Sessanta. La cronaca di una terribile epidemia che tramuta i cittadini di una tranquilla città di campagna in cannibali viene raccontata attraverso le telefonate, le interviste ed i comunicati che arrivano ad una piccola radio locale. La tensione sale vertiginosamente fino al momento dell'incontro diretto con gli infetti. La causa di questa epidemia è un virus semantico che si trasmette tramite la lingua inglese, non tanto attraverso le parole quanto attraverso la comprensione e la consapevolezza del loro significato. Ci sono solo due modi per evitare di diventare come zombie cannibali che inseguono le loro vittime attraverso il suono delle parole: il primo, banalmente, è parlare una lingua diversa come il francese o l'arabo, l'altro è avere abbastanza volontà e capacità dialettica da contrastare il virus e le parole infette negando la comprensione diretta e quasi automatica del loro significato attribuendogliene uno nuovo. Un film che cita, nella sua perenne diretta radio, il famoso spettacolo radiofonico di Orson Welles "La guerra dei mondi", e, nell'assedio in cui i protagonisti restano circondati da infetti cannibali, il cinema dei morti viventi di George A. Romero ed il cult "La città verrà distrutta all'alba". Un film divertente e scorrevole che non annoia mai e che non scade mai nel banale. Alla fine dei titoli di coda, il regista regala al pubblico una parodia dei film di gangster orientali degli anni Ottanta, totalmente avulsa dal lungometraggio, e pensata come presa in giro dello spettatore che vuole sempre e comunque un finale rassicurante.
Daniele Clementi
Naomi Klein è tornata, ancora una volta risoluta, precisa e lucida, così come aveva fatto Michael Moore con "Capitalism: A love story" anche la Klein si occupa della grande crisi economica del 2008 ma lo fa in modo ancora più macroscopico rispetto al film di Moore che in qualche maniera concentrava le colpe sulle banche e sulla figura di Reagan, Naomi Klein supportata dalla solidissima regia degli autori di "Road to Guantanamo" ricostruisce storicamente le origini di questa crisi, le orgini delle moderne dittature e dei nuovi sistemi di tortura riuscendo a collegarli fra loro arrivando ad una visione globale che parte da Chicago casa del pensiero di Milton Friedman per raggiungere il Cile di Pinochet, l'Argentina dei desasparecidos passando attraverso Margharet Tatcher, Ronald Reagan e Boris Yeltsin per arrivare in Iraq e a Guantanamo. I binari del racconto sono due: l'evoluzione della ricerca universitaria che ha prodotto le torture applicate dalla CIA e poi dai militari di Guantanamo e l'evoluzone delle teorie economiche universitarie di Milton Friedman e dei suoi "Chicago Boys", fra i quali c'era anche Donald Rumsfield, la cui applicazione ha direttamente o meno portato alla crisi economica del 2008 ed alla distruzione del tessuto socioeconomico di molti paesi del mondo. La parola chiave è "shock", così come le torture di Guantanamo si basano sullo shock allo stesso modo anche le teorie economiche di Milton Friedman si basano su un violentissimo shock al sistema economico di un paese ed alla preziosa opportunità da raccogliere da una guerra o da un cataclisma per comprare, espropriare ed appaltare. Naomi Klein ci spiega come il Cile di Pinochet abbia svolto funzione di cavia di laboratorio per quel regime economico poi riconfezionato e proposto prima dalla Tatcher in Inghilterra, poi da Reagan negli Stati Uniti ed in seguito da Boris Yeltsin nella ex Unione Sovietica. Un sistema di distruzione dell'impresa statale e di privatizzazione selvaggia che sta sperimentando il suo nuovo corso oggi in Afghanistan ed in Iraq aggiungendo alla paura della guerra anche la morsa della disoccupazione, ma la scrittrice ci mostra anche come lo stesso sistema sia stato utlizzato negli USA immediatamente dopo la tragedia del'uragano Kathrina. Il cerchio si chiude esattamente come nel film di Moore con le celebrazioni , proprio a Chicago, per la vittoria elettorale di Barak Obama ed esattamente come faceva Moore con un chiaro ed esplicito invito a uscire dal proprio torpore ed iniziare ad agire in modo diretto perchè la nostra società non dimentichi la sua storia ed impedisca, tanto per fare un esempio, alla scuola dei "Chicago boys" di Friedman di praticare altri danni. Uno splendido documentario che inseme al lavoro del collega Moore segna la via del post-no logo, un film che da solo vale la presenza ad un festival e che insieme al film di Moore andrebbe mostato in tutti i licei ed università italiane prima che la Gelmini le distrugga definitivamente per favorire una bella privatizzazione alla Chicago.
Daniele Clementi
La società cinematografica di Francis Ford Coppola è stata premiata al Torino Film Festival, per l'occasione è stata mostrata l'ultima fatica dell regista italo-americano, un film in bianco e nero girato in Argentina con un budget sicuramente basso per il titanico Coppola ma altrettanto certamente alto per un qualsiasi regista minimalista contemporaneo, un cast comunque stellare fa da cornice a questo dramma che Coppola definisce "personale" ma di cui non si sentiva proprio il bisogno, un film manierista ed inutilmente complesso nella sua composizione visiva, spaventosamente vecchio nell scelte linguistiche ed incredibilmente banale nella soluzione narrativa, insomma un Coppola al suo peggio ma terribilmente convinto di stare facendo arte d'avanguardia, un lungometraggio sinceramente "pericoloso" per lo spettatore. Coppola ha decisamente fatto di meglio nella sua brillante carriera,anche quando era pienaente integrato nel sistema industriale cinematografico sapeva girare film di incredibile qualità artistica, poi ha vissuto un lungo periodo di inattività dove ha fatto di tutto, dallo scrittore al vinaiolo, dal cuoco al venditore di salsa di pomodoro, con l'affermazione della figlia Sofia ha ripreso a lavorare come cineasta (sono in molti a pensare che ci sia lui dietro al lavoro della figlia) ma questo film non è all'altezza della media delle opere di un regista che nel bene e nel male è oramai un decano del cinema nordamericano. Ovviamente trattandosi i Coppola tutte le maestranze sono formalmente ineccepibili, ogni professionista dall'attore al direttore della fotografia fa il suo lavoro in modo encomiabile ma il cinema non si accontenta di questo e se proprio la storia, spina dorsale e fulcro di tutto il lavoro, lascia a desiderare per banalità e prevedibilità il resto del lavoro si perde nel tempo e nello spazio.
Daniele Clementi

Romero è tornato, dal 1968 ci racconta l'America con i suoi morti viventi, all'inizio quasi un film per decade, poi, lentamente, anche per merito delle nuove generazioni, sempre con maggiore frequenza.
Le sue creature si sono evolute nel tempo diventando sempre di più una metafora pregnante del concetto di massa e dell'espressione più surreale ed onirica della paura collettiva del diverso. Gli extracomunitari dell'aldilà sono tornati, sempre più affamati e sempre più organizzati, eppure, per quanto ci spaventino i morti viventi dell'immaginario di Romero, i vivi che lui stesso descrive fanno molta più paura e rivelano una "mostruosità morale" che fa impallidire il più ostile e putrefatto dei morti viventi. Per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia un film dell'orrore entra in concorso, lo fa con un regista storico di una scuola che con il tempo, forse, sta sparendo, per lasciare spazio ad una generazione di registi che usano la tecnologia e gli effetti speciali per far saltare dalla sedia lo spettatore senza però dare nulla sul piano dei contenuti. Eppure, più passa il tempo e più è facile vedere attraverso il filtro dell'orrore la società contemporanea.
Il film più spaventoso che Romero abbia mai visto, per sua ammissione, è un film di Ken Loach sulla classe operaia, un film in cui la realtà delle banche e delle multinazionali ha un peso ben maggiore di qualsiasi morto vivente. Pasolini in "Petrolio" scriveva di un giorno apocalitico in cui i morti sarebbero giunti dal terzo mondo, affamati ed invincibili, una fame eterna inarrestabile che nemmeno le pallottole avrebbero mai potuto fermare. Pasolini ci raccontava di politici fascisti in via di putrefazione che governavano e comandavano, di demoni ancestrali che utilizzavano logiche massoniche per influenzare le masse. Anche il suo "Petrolio", come il suo "Salò", in un certo senso, sono opere dell'orrore, ma la mostruosità vista dagli occhi di Pasolini è filtrata da poesia, da metafore satiriche e grottesche che forse ancora oggi sono difficili da percepire per lo spettatore meno colto.
Romero sceglie la metafora di una comunità chiusa in una piccola isola, dove le faide di famiglia diventano sinonimo di schieramenti politici e culturali. Ci sono quelli che vogliono eliminare il problema dei morti che camminano con una bella pallottola in testa (includendo nell'elenco anche i bambini infetti che, pur commuovendoti, possono divorarti) e quelli che invece preferiscono ammazzare i vivi che raggiungono l'isola per chiedere aiuto e preservare i morti di casa, conservandoli come cani al guinzaglio, preferendo onorare un ricordo in decomposizione piuttosto che aprire ad una naturale rigenerazione del tessuto sociale.
Romero fa i conti con la storia degli Stati Uniti, dalla secessione in poi, raccontando un micro-mondo che spiega le ragioni della violenza della polizia di confine verso i fuggitivi messicani e la natura più nascosta dello sfruttamento dell'extracomunitario. Un film intriso consapevolmente di ragioni politiche e di personaggi intensamente metaforici dove il gioco del terrore è strettamente subordinato ad un racconto politico stimolante ed originale.
Daniele Clementi.

Sono in molti a pensare che per dirigere un film ci voglia una buona dose di narcisismo, forse è vero, ma è probabile che tale narcisismo vada educato, trattato e sviluppato per divenire funzionale al racconto cinematografico con studio, tempo e documentazione. Abel Ferrara stupisce per l'esatto contrario raccontando in modo frammentario e mischiando fra documentario e realtà la Napoli della sua immaginazione troppo forzata e poco attendibile per seguire il filo della credibilità. Ferrara ricostruisce un delitto di camorra come segmento fiction all'interno di un documentario scomposto. Le interviste di donne incarcerate per spaccio, rapina ed altri delitti riconducibili a tossicodipendenza e camorra si mischiano ad alcune interviste che sembrano create appositamente per soddisfare politicamente la sinistra militante italiana ed il Partito Democratico.
La Docu-Fiction di Ferrara confonde quando ci mostra le donne di camorra che dicono e non dicono, che mentono e si dipingono vittime della polizia senza aprire alcuno spiraglio ad una valutazione reale su chi siano queste persone e se sia vera o meno la versione che vendono al regista,. Lascia perplessi quando regala a Rosa Russo Jervolino un vero monologo della serie "Noi avevamo le migliori intenzioni ma a Napoli è difficile", stupisce quando mostra operatori di centri sociali che esistono per possesso abusivo (occupazione) di case e che reclamano di essere trattati con razzismo dal resto dell'Italia ed infarcisce il tutto con qualche retorica che sembra scopiazzata alla meglio dal libro di Saviano prendendone solo la parte più superficiale. Un trionfo di già visto e già sentito meno forte ed articolato di un qualsiasi (ed in questo prezioso) servizio di "Anno Zero", un lavoro superficiale probabilmente dovuto alla stessa visione superficiale che ha Ferrara di Napoli che conclude il suo film mostrandosi durante un esibizione come cantante e chitarrista che molto poco c'entra con il contenuto del documentario e che a molto poco serve allo spettatore.
Daniele Clementi.

George Lucas sarà contento di sapere che il mondo ha sempre avuto bisogno e sempre ne avrà di cavalieri Jedi, questa è forse la morale finale della favola del divertentissimo fim di Grant Heslov tratto dall'altrettanto divertente libro di Jon Ross. La storia di un giornalista che si auto invia in Iraq in cerca di esclusive dopo una tremenda crisi matrimoniale ed incontra un personaggio irrazionale ed unico interpretato da un bravissimo George Clooney che lo catapulterà nella pura follia della guerra ma anche della pace, in un continuo e divertentissimo viaggio fra il passato dell'America che perse in Vietnam e di quella che non vuole perdere (pur perdendo l'umanità) in Iraq.
Ma prima di andare avanti è bene riassumere in breve la strepitosa lista di nomi importanti che compongono il cast di una vera sorpresa cinematografica americana. Il romanzo è scritto da un talentuoso autore e regista televisivo americano che ha lasciato nelle mani del soprendente Grant Heslov la regia. In verità il signor Heslov è più noto per la sua carriera di attore caratterista (64 lavori ad oggi) al cinema ed in televisione che per la sua carriera come autore, eppure Heslov si è fatto apprezzare per il progetto televisivo "Unscripted" della HBO e per aver firmato la sceneggiatura del film di George Clooney (in quel caso regista) "Good night and good luck". Qui Heslov ,al suo primo lungometraggio, sorprende il pubblico e si rivela capace di guidare un cast di estrioni strepitosi come Kevin Spacey, Jeff Bridges, Ewan McGregor e lo stesso Clooney che si rivela semplicemente magnifico in questo film. La storia del film è difficile da riassumere nello spazio della recensione e perfino un peccato rivelare troppi colpi di scena di una commedia leggera ma intelligente che stilisticamente guarda ai fratelli Coen ma con maggiore leggerezza. I cavalieri Jedi citati all'inizio sono dei marines specializzati in poteri paranormali, formati in massima segretezza da un Jeff Bridges straordinario che dopo una ferita in Vietnam sceglie di costruire un pool di marines fricchettoni che usano il mondo del pacifismo del 68' come arma di distruzione di massa. Un film ricco di citazioni cinefile inclusa la scelta di Ewan McGregor (Obi Wan Kenobi della seconda trilogia di "StarWars") come aspirante Jedi del sogno americano. Un film sulla guerra in Iraq, che prende in giro la guerra, la retorica dei media e le strategia militari fino alle torture psicologiche di Guantanamo. Un gioco cinematografico colto e divertente che non mancherà di coinvolgere emotivamente lo spettatore.
Daniele Clementi.

Arriva dalla Francia una coppia di eredi della scuola di Romero e del cinema horror con una notevola cultura nel cartone animato e nel cinema di genere americano. Benjamin Rocher con un passato nel corto d'animazione per adulti si affianca a Yannick Dahan, sceneggiatore di corti d'autore e da questa unione di giovani cienasti nasce un film rivoluzionario per il panorama francese che guarda a Romero come a Tarantino non perdendosi una virgola delle lezioni di Cinema impartite da John Carpenter con un pugno di film indimenticabili fra la fine degli anni 70' e gli anni 80'. Un film che inizia come un classico noir francese e si trasforma lentamente da storia di violenza estrema e divertente di chiara scuola tarantiniana fino ad un classico del cinema horror americano dell'epoca d'oro.

Un gruppo di poliziotti decidono di farsi giustizia da soli organizzando una ronda con irruzione armata e passamontagna calato sulla testa in un vecchio condominio della periferia parigina ormai utilizzato da un clan misto di serbi e senegalesi attivi nello spaccio della droga e nelle esecuzioni su commissione. Quello che all'inizio sembra essere un durissimo poliziesco con punte di psicologico e noir si trasforma improvvisamente in un trionfo splatter di sangue e piombo per regalarci con la stessa imprevedibilità una storia di morti viventi colorata e tesa degna della scuola dei gradi nomi che hanno fatto l'horror americano fra gli anni 70' e gli anni 80'. Seppure la presenza di mafiosi senegalesi e dell'Europa dell' Est inviti lo spettatorea qualche riflessione sociopolitica, magari unendo anche la presenza di poliziotti fascisti e disillusi, è bene precisare che l'eventuale taglio sociale e politico del racconto è sensibilmente marginale rispetto alla voglia da parte degli autori di caricare di adrenalina lo spettatore ed obbligarlo ad un delizioso e gustoso tour de force nel sangue, nella violenza chiaramente giocosa e divertita e nella tensione di un racconto che punta al divertimento ed allo spettacolo. Ma nessuno pretende che tutti facciano come Romero ed anche un film horror di genere come questo si rivela alla fine piacevole e divertente, senza troppe pretese ma con grande qualità tecnica ed abilità visiva. Doveroso precisare la forza morale del racconto, anche se tenuta a margine da giochi di sangue ed amputazioni tanto generosi quanto imponenti, la storia si rivela coerente e con un messaggio morale duro e definito su cui però non approfondisco per evitare al lettore di scoprire i minuti finali del film. Se amate il genere horror non dovete mancare di godervi questo fumetto cinematografico rosso sangue.
Daniele Clementi

Sbarca a Venezia il quarto documentario di Oliver Stone sui grandi nomi della politica estera odiati dal governo americano. Il primo film fu "Persona non grata" dedicato al conflitto israeliano-palestinese con un occhio di riguardo alla figura di Arafat, seguito da ben due lavori sulla figura di Fidel Castro. Questa volta è il turno di Hugo Chavez, sicuramente una spina nel fianco dell'amministrazione Bush, e seppure si tratti di un personaggio ricco di contraddizioni non si può evitare di sentirsi coinvolti nel taglio con cui Stone descrive il politico e la sua figura umana.
In un certo senso Stone sembra più interessato al pubblico americano in questo film che a quello europeo, più desideroso di esorcizzare atti di chiara propaganda mediatica del suo paese rispetto alla visione europea più aperta anche se non priva di critica verso Chavez. Si comincia da una carellata surreale di talk show politici e frammenti di telegiornali (in prevalenza Fox News) in cui la figura di Chavez è ritratta come dittatore sanguinario e complice di Al Queida per arrivare fino a divertentissime gaffe di alcuni giornalisti ed opinionisti americani in merito alle foglie di coca (che nel documentario Stone mangia come fossero patatine) e gli usi e costumi dell'America latina. Stone però non si ferma solo alla figura di Chavez ed alla sua storia politica e mediatica ma va oltre esplorando una rosa di politici moderni latino americani accumunabili fra loro per la politica indipendentista dagli Stati Uniti e la personalità spiccatamente socialista. Un film che mette in discussione direttamente la politica internazionale americana e le complicità (qui drasticamente esplicitate) della CIA in molti colpi di stato e relative dittature in Sudamerica, almeno questo dice Stone e ci fidiamo trattandosi del regista di "JFK". Fra i quattro documentari girati da Oliver Stone fino ad ora questo è certamente il migliore ed il meglio confezionato.
Daniele Clementi

Vent'anni dopo il suo film d'esordio, Roger & Me, Michael Moore torna a parlare di grande crisi economica. Questa volta però la dimensione del disastro non si limita più alla semplice città di Flint (Michigan), dove Moore documentò la chiusura della fabbrica "General Motors" e la conseguente morte economica della sua cittadina natale. La nuova crisi è globale e produce disastri di tali proporzioni da rimanere nelle pagine di storia.
Nel suo viaggio visivo nel mondo della globalizazzione e del consumismo Moore identifica nel capitalismo il vero cancro della democrazia. Comincia tutto con un discorso di Jimmy Carter, Presidente democratico di un'America del passato, un monito agli eccessi del consumismo ed alla pericolosa avidità come effetto collaterale del capitalismo sregolato. Si passa subito dopo alla figura di Ronald Reagan, dalla sua icona cinematografica a quella da carosello, adesiva alla volontà delle multinazionali che lo finanziavano, fino alla sua immagine di Presidente repubblicano ed alla rivelazione degli uomini chiave delle grandi banche che lo manipolarono e che lo portarono a sviluppare quelle riforme legislative ed economiche che Moore riconosce come effetti scatenanti della crisi economica di oggi.
Moore esplora la costituzione americana di Washington comparandola con il programma politico di Roosvelt, arrivando alle conclusioni di Marx senza scomodare il comunismo o il socialismo ma semplicemente evocando i grandi fondatori degli Stati Uniti ed i principi basilari della democrazia. Il lavoro di Moore dimostra inoltre ed indirettamente che la crisi della sinistra italiana è più di carattere semantico che di sostanza, anche se il primo difetto insormontabile di questa crisi consiste nell'inesistenza di leader in grado di sostenere nei fatti i vaolori di una democrazia socialista. Moore, cadendo occasionalmente nell'inevitabile ingenuità americana, racconta le colpe delle banche, delle multinazionali e del sistema politico, che ha dimenticato i valori della democrazia per assecondare quelli del capitalismo. Moore, con un documentario avvincente, anche se forse troppo lungo riesce a dimostrare, carte alla mano, che un lavoratore oggi vale più da morto che da vivo e che il sistema matematico di Wall Street non è altro che un grandissimo casinò globale. Si sofferma sulla figura di Obama e sulla speranza che questo nuovo volto della politica evoca, senza però dimenticare di elencare con risolutezza e serenità le multinazionali che hanno finanziato la sua campagna elettorale.
Un bel film che aiuta a capire con leggerezza e divertimento alcuni meccanismi chiave del mondo politico ed economico e che in nessuna maniera lancia lo spettatore nello sconforto invitandolo invece alla lucidità ed al senso critico verso il sistema che ci governa.
Daniele Clementi

Quest'anno al Festival di Venezia con vent'anni di distanza dal film originale ecco arrivare il terzo capitolo dellla saga sperimentale di Tsukamoto. Il primo film era pura energia creativa mediata dal mezzo cinematografico che penetrava lo schermo con uno strumento povero e sporco come la pellicola in bianco e nero, alterata, sovraesposta, condizionata da collage di stili e brutalizzata da commistioni al limite della pornografia con magnifiche parentesi di animazione vecchio stile che davano al film un senso di antico e contemporaneamente di sperimentale. Il secondo capitolo era quasi un remake rafforzato dalla scoperta del colore, da giochi fotografici estremi ed aggressivi al tentativo di regalare al pubblico una spiegazione più razionale e banale degli eventi istintuali che permeavano il film originale. Questo terzo lungometraggio è ormai la codifica occidentalizzata di tutte le esperienze del regista, una sorta di versione internazionale ben vestita e quasi per famiglie dell'offensiva e geniale esperienza cyberpunk che rappresentava il primo film. Tsukamoto sceglie questa volta di attribuire il personaggio di Tetsuo ad un giovane di lingua inglese, figlio di uno scienziato americano e di una ricercatrice giapponese, con questa trovata il regista si concede il film in lingua inglese, con l'evidente scopo di esportare al volo il film all'estero e per raggiungere anche il grande pubblico americano sviluppa una storia che sintetizza e razionalizza la trama originale del primo capitolo, ottimi effetti speciali e colonna sonora da brivido per un film fanta-horror divenuto adatto a tutti i palati e quasi per qualsiasi tipo di spettatore, amabile per chi ha passione per il lavoro di Tsukamoto ma certamente deludente per chi si aspettava il ritorno dell'arte pura espressa nel primo film.
Daniele Clementi