Recensione di Marina Pianu
DOVE ERAVAMO RIMASTI ...
- ma insomma, non c'e' proprio niente da ridire?
- si', e questo lo fai tu.
l'altra opinione
visto che mi lasci il campo libero, ti dirò due cose.
intanto il tema. non c'era alcun bisogno di fare l'ennesimo film sull'8 settembre. la filmografia al riguardo è talmente panciuta che bisognerebbe farci una casa del cinema apposta. dall'ennesimo film sull'argomento lo spettatore si aspetta come minimo qualcosa di diverso, di originale, di nuovo. i protagonisti non si discostano neppure di un millimetro dai classici eroi del neorealismo: dall'istrionico malandrino di bassa lega, tutto show e poca sostanza, con qualche guizzo di eroismo tacitato e smentito da svirgolate di fifa pura, all'uomo in divisa che resta ligio alla sua missione e al suo dovere malgrado tutto, come hai detto tu. non ha ripensamenti, non ha cedimenti, è un uomo tutto d'un pezzo; anche quando sembra che si ribelli, non fa altro che tenersi saldo al giuramento prestato al re ("badogliano?"
gli chiede sprezzante il soldato tedesco nel teatro, e lui risponde fiero "sì, badogliano." anche se, fino a quel momento, non avesse ben chiaro che cosa volesse dire, ma sapeva che essere con badoglio significava essere dalla parte della legge). di eroi come lui se ne trovano a iosa. e anche meglio,
secondo me. quanto alla recitazione... tutti si danno un gran da fare a vederci tracce di de sica (padre, naturalmente), ma io ne vedo così poche che se fosse alcol, passerebbe indenne ai controlli della stradale. più che altro sono uscita dal cinema pensando di aver visto gasparri che fa finta di fare
il partigiano.
raoul... salemme, eccone un altro che recita se stesso. fuochi d'artificio, citazioni ad effetto, vibrante di tutto il fascino partenopeo che riesce a mungere dai suoi pori. troppo sopra le righe, altro che sussurro! ridatemi tognazzi, ridatemi troisi, ridatemi leopoldo trieste, che come spaventato pulcino convertito leone era molto più convincente.
ma lasciamo perdere gli interpreti (nulla da ridire, né da dire su elena russo: anche lei farebbe meglio a tornarsene in tv), che sarebbe fiato sprecato. parliamo piuttosto del contenuto (a trovarlo): i buoni stanno tutti da una parte, i cattivi tutti dall'altra. di tedeschi, che infatti più che altro incombono come fantasmi (hai detto bene), ne incontriamo solo due, e tutti e due sono cose da buttare. di fascisti, invece, neppure un nome, neppure un volto: un manipolo di idioti che vanno a svaligiare la fattoria del provvido contadino, e un ricco finanziere (l'unica interpretazione che si salvi) che, fedele all'immaginario vetero-comunista, è grosso grasso e meschino.
l'idea del viaggio che riavvicina due personaggi divisi dall'ideologia o dalla legge non è affatto nuova. quello che poteva essere nuovo (e ci dispiace di non averlo potuto vedere) era il progetto di sergio citti, che nulla ha a che fare con questo film. chiaro che la sua idea voleva essere oltremodo attuale,
e di materiale contemporaneo per lavorarci sopra ce n'è che ce n'è! ma se si voleva rifare il federale, era proprio necessario sfruttare il nome del regista da poco scomparso? la risposta è fin troppo ovvia: esuliamo dal presente imbarazzante e complesso, e rifugiamoci in un passato in bianco e
nero.
non solo questa è l'ennesima (inutile) trattazione dell'8 settembre, è soprattutto la riprova che il cinema italiano è ormai all'ammazzacaffé.
